(1) "Ma questa terra non è fertile d'alberi da frutto o da fiore; non è bagnata da fiumi né grandi né navigabili; non produce nulla che sia richiesto da altre popolazioni e appena appena provvede alla sopravvivenza dei suoi abitanti; non vi si cava marmo pregiato, non ha miniere d'oro o d'argento." (2) Meschino è l'animo che si compiace dei beni terreni; bisogna volgerlo verso quelle cose che appaiono dappertutto uguali e uguali dappertutto risplendono. E bisogna anche pensare che i beni terreni, per gli errori e per i pregiudizi che comportano, sono di ostacolo ai veri beni. Quanto più lunghi gli uomini costruiranno i loro portici, quanto più alte innalzeranno le loro torri, quanto più vasti edificheranno i loro caseggiati, quanto più profonde scaveranno le loro grotte per l'estate, quanto più sovraccarichi saranno i soffitti delle loro sale da pranzo, tanto più, tutto questo, nasconderà loro il cielo. (3) Il destino ti ha gettato in una regione dove l'abitazione più sontuosa è una capanna; ma tu hai un animo meschino che si appaga di misere consolazioni se sopporti tutto questo con fermezza soltanto perché pensi alla capanna di Romolo. Di', piuttosto, così: "Questo umile tugurio non accoglie forse le virtù? Sarà più bello di ogni tempio se vi si potrà scorgere la giustizia, la continenza, la prudenza, la pietà, un giusto criterio nella distribuzione di tutti i doveri, la conoscenza delle cose umane e divine. Non è angusto il luogo che contiene una quantità di così grandi virtù, nessun esilio è gravoso quando vi si può andare con una tale scorta". (4) Bruto nel suo libro Sulla virtù dice di aver visto Marcello5, esule a Mitilene, che viveva felice, per quanto è concesso alla natura umana, e che si dedicava con passione, mai come allora, alle belle arti. E aggiunge che, accingendosi a ripartire senza l'amico, gli parve di andare lui in esilio, piuttosto che di lasciare in esilio Marcello. (5) O ben più fortunato Marcello quando per il suo esilio s'ebbe le lodi di Bruto che non quando per il suo consolato s'ebbe quelle della repubblica! Quanto grande quell'uomo per il quale qualcuno credette di essere egli stesso un esule nel momento in cui si congedava dall'esule. E quanto grande quell'uomo che suscitò l'ammirazione di chi, a sua volta, era ammirato da Catone!4 (6) E Bruto dice ancora che Cesare non si fermò a Mitilene perché non sopportava di vedere un tal uomo così umiliato. E quando il senato, con pubbliche suppliche, impetrò il suo ritorno, tutti erano così ansiosi e tristi, quel giorno, che sembravano essere nello stato d'animo di Bruto e pregavano non per Marcello ma per se stessi, per non continuare ad essere come esuli per l'assenza di lui. Ma il giorno in cui egli ottenne di più fu di gran lunga quello in cui Bruto non se la sentì di lasciarlo esule e Cesare non osò vederlo. Egli, infatti, s'ebbe questa doppia attestazione: Bruto si dolse di dover tornare senza Marcello, Cesare se ne vergognò. (7) Non si può dubitare che un tal uomo si sia esortato così per sopportare con animo sereno l'esilio: "Essere senza una patria non è cosa miserevole. Gli studi di cui ti sei nutrito ti hanno insegnato che l'uomo saggio ha una sua patria in ogni luogo. E allora? Quello che ti ha esiliato non è stato anche lui lontano dalla patria per dieci anni di seguito? Senza dubbio fu per estendere i confini dell'impero, ma egualmentene è stato lontano. (8) E anche ora lo chiama a sé l'Africa, così minacciata dalla ripresa della guerra, lo chiama la Spagna dove riprende forza il partito vinto e umiliato, lo chiama l'infido Egitto e, infine, tutto il mondo spia un momento di debolezza del nostro potere. Che cosa affronterà per primo? Contro chi si opporrà? La sua vittoria lo porterà di terra in terra. I popoli lo ammirino pure e lo onorino: tu vivi contento dell'ammirazione di Bruto!".