6.Ebbene, Dio verso i buoni ha l'animo di un padre, li ama, ma senza debolezze o cedimenti, e dice: "Le fatiche, i dolori e le sventure li tengono sempre vigili, così acquisteranno una forza autentica, vera". Le bestie che ingrassano nell'inoperosità s'indeboliscono e non solo non sono capaci di compiere alcuno sforzo ma non riescono nemmeno a muoversi e a sostenere il loro stesso peso. Una felicità che non conosca assalti al minimo colpo vacilla, chi invece è costretto a lottare incessantemente contro le avversità della vita finisce col farci il callo e non cade davanti ad alcun male, e anche se cade continua a combattere in ginocchio. Ora ti meravigli che un Dio così amorevole verso i buoni, che desidera ottimi e superiori agli altri, assegni loro un destino che li tenga sempre addestrati? Io, per me, non mi meraviglio affatto se talvolta gli viene il ghiribizzo di vedere degli uomini virtuosi alle prese con qualche disgrazia. Anche a noi piace spesso guardare un giovane deciso e valoroso attendere a pie' fermo, col giavellotto in pugno, la belva che s'avventa contro di lui, il balzodel leone, senz'alcuna paura, e lo spettacolo ci è tanto più gradito quanto più coraggioso è colui da cui ci viene offerto. Ma non a simili imprese si volge l'occhio di Dio: questi sono giochetti puerili, passatempi dell'umana leggerezza. Ecco invece uno spettacolo degno di essere guardato da un Dio intento alla sua opera, ecco l'uguale, pari alla divinità: un uomo forte in lotta contro la sorte avversa, e meglio ancora se quella lotta l'ha provocata lui. Non so davvero quale spettacolo più bello potrebbe vedere Dio sulla terra, quando volesse volgervi lo sguardo, di quello di Catone, che a dispetto delle tante sconfitte subite dai suoi se ne sta dritto in mezzo alla generale rovina. Sembra che dica: "Pur se ogni cosa è caduta sotto il dominio di Cesare e ormai le sue legioni presidiano la terra e le sue flotte il mare e i suoi soldati battono alle porte, Catone ha come uscirne: con una sola mano saprà aprirsi la strada verso la libertà! Codesta spada, rimasta pura e innocente anche nella guerra civile, compirà finalmente una buona e nobile impresa: darà a Catone quella libertà che egli non potè dare alla patria. Esegui, animo mio, quel gesto già meditato da tempo, ritirati dalle vicende umane! Giuba e Petreio si sono già scontrati e son caduti l'uno per mano dell'altro: un patto di morte nobile e coraggioso, ma che non si addice alla grandezza di Catone: per lui sarebbe una vergogna chiedere ad altri la morte, come pure la vita". Sono certo che Dio avrà guardato con somma gioia la scena di quest'uomo così deciso in quel suo gesto liberatore, dopo aver atteso alla salvezza degli altri organizzandone la fuga, un uomo che dedicò allo studio anche l'ultima notte, e che alla fine s'immerse la spada nel petto immacolato aprendosi le viscere con le sue stesse mani, per liberare così la sua santissima anima che il contatto del ferro avrebbe indegnamente contaminato. Dio non si accontentò di vederlo morire d'una morte istantanea - e perciò la ferita prodotta dalla spada fu imprecisa e poco efficace - ma volle prolungare il suo coraggio perché quel gesto si ripetesse più volte, in una prova sempre più dura: il vero eroismo, infatti, non sta tanto nell'affrontare la morte quanto nel provocarla ripetutamente. E perché Dio non avrebbe dovuto compiacersi di guardare un figlio suo che se ne usciva dalla scena del mondo con una fine così esemplare e memorabile? Una simile morte consacra l'uomo all'immortalità, ed è lodata anche da coloro che ne hanno paura.