1 Lugentum lacrimis populorum roscida tellus Principis hec magni nobile corpus habet. H ic namque in cunctis recubans celeberrimus heros, Prepollens Arichis, ho decus atque dolor! 5 Tullius ore potens cuius vix pangere laudes U t dignum est posset, vel tua lingua Maro. Stirpe ducum regumque satus, asenderat ipse Nobilior generis culmina celsa sui, Formosus, validus, suabis, moderatus et acer, 10 Facundus, sapiens, luxque decorque fuit. Quod logos et phisis moderansque quod ethica pangit, Omnia condiderat mentis in arce sue, Strenuus eloquii divini cultor et index, Pervigil in lacrimis tempora noctis agens, 15 Anteibat iuvenes venatu, viribus, armis; Flaminibusque ipsis famina sancta dabat. Ter binis luxtris patrie sic rexit abenas, Fluctibus ut lintrem navita doctus agit. Sollicite (patriam ) pacis servavit amator, 20 Consilio cautus, providus atque sagax; Cum natis proprium nil ducens tradere censum, Insuper et patrie promtus amore mori. Mestorum solamen erat, solamen egentum, Hos satagens verbis, hos relevare manu. 25 Ornasti patriam doctrinis, moenibus, aulis; Hinc in perpetuimi laus tua semper erit. Tu requiesque tuis portusque salusque fuisti, Gloria, delicie, tu generalis amor! Heu mihi! quam subito perierunt omnia tecum 30 Gaudia, prosperitas, paxque quiesque simul! Planctus ubique sonat; te luget sexus et etas Omnis, et ante omnes tu Benevente doles. Nec minus excelsis nuper que condita muris, Structorem orba tuum, clara Salerne, gemis. 35 Apulus et Calaber, Vulgar, Campanus et Umber, Quosque Siler potat Romuleusque Tibris, Quique bibunt Ararim te flent Histrumque Padumque, Extimus adfinis, seu peregrina falans. Tarn felix olim, nunc namque miserrima, coniux, 40 Regali in thalamo quam, tibi iunxit amor, Eheu perpetuo pectus transfixa mucrone, Languida membra trahens, te moribunda dolet. Viderat unius hec nuper funera nati, Ast alium extorrem, Gallia dura, tenes! 45 Huic gemine nate vernanti flore supersunt, Solamenque mali, sollicitusque timor; Has cernens reddi vultus sibi credit amatos; He ne preda fiant, fluctuabunda pavet. Solatur tantos spes hec utcumque dolores, 50 Quod te pre meritis nunc paradysus habet. O regina potens, Virgo genitrixque Creantis, Prosit ei huc sacro membra dedisse lari.
Intrisa dalle lacrime delle popolazioni piangenti, questa terra conserva la nobile salma di un grande Principe. Qui infatti ha trovato riposo — onore e dolore! — il potentissimo Arechi, celebre oltre misura in tutti i campi. Potrebbero in misura adeguata cantare le sue lodi solamente Tullio, re della parola, o la tua lingua, Virgilio Marone. Discendente da stirpe di duchi e di sovrani, fattosi da sé più nobile aveva raggiunto le più alte vette della sua gente. Allo stesso tempo bello, forte, gentile, calmo ed impetuoso; facondo, sapiente: fu luce e decoro. Quel che proclamano la logica e la fisica e l ’etica, regolatrice dell’umana condotta, egli aveva radunato tutto nella rocca del suo intelletto. Infaticabile cultore e annunciatore della parola sacra, vegliando in lacrime durante le notturne ore di preghiera, superava i giovani nella caccia, nel vigore, nella milizia; e agli stessi leviti era in grado di suggerire liturgiche norme. Tenne per trenta anni le redini dello stato in quella guisa con cui un esperto nocchiero conduce la sua imbarcazione tra i flutti. Pur tra ansie, egli, amante della pace, cauto nei disegni, preveggente e sagace, riuscì a sollevare lo stato; ed inoltre, stimando quasi sacrificio da nulla offrire con i figli il proprio tesoro, si rivelò pronto a morire per amore della patria. Era sollievo dei sofferenti, sollievo dei poveri, gli uni preoccupandosi di soccorrere con le parole, gli altri con la mano. Adornasti la patria con le scienze, le fortificazioni, i palazzi: e perciò la tua gloria si perpetuerà nel tempo. Per i tuoi, tu fosti pace, porto di quiete, salvezza, gloria, delizia; tu, l’amore di tutti. Ahimè! come improvvisamente tramontarono insieme con te tutte le gioie, la prosperità, la pace e la tranquillità. Dappertutto risuona il lamento: te piangono uomini e donne d’ogni età; e, prima fra tutte, tu, o Benevento ne sei costernata. Né in misura minore rimpiangi il tuo costruttore tu, o illustre Salerno, ormai orbata, tu che recentemente sei stata fondata con eccelse mura. Sono rattristati Apuli e Calabri, Bulgari, Campani, Umbri, e quanti son dissetati dal Seie e dal romano Tevere e quanti 'bevono la Saóne, il Danubio, il Po: stranieri e alleati, e schiere di esuli. Ed affranta è la tua consorte, un giorno felice ma ora fra tutte misera, che l’amore a te unì nel regale talamo; per sempre trafitta, ahimè!, dalla spada, trae le stanche membra, quasi prossima a morte. Costei aveva assistito poco fa alle esequie di un figlio: e un altro, o dura Gallia, tu trattieni lontano dalla patria. Le rimangono, sollievo nella sventura ed insieme fonte d ’inquieto timore, due figlie nel fiore dell’età: contemplandole, può illudersi che le siano restituiti gli amati volti; ma, ansiosa insieme, ha paura che le possano essere tolte in ostaggio. Una speranza, però, allevia così grandi timori: che il paradiso abbia accolto te in ricompensa dei meriti. O 'potente Regina, vergine e madre del Creatore, sia a lui di giovamento l’avere affidato la sua spoglia a questo sacro tempio.