Leo aeger, vulpis et ursus. Aegrum fama fuit quondam iacuisse leonem paeneque supremos iam tenuisse dies. Iste feras dum rumor adit maestissimus omnes, regem namque suum intoleranda pati, concurrunt flentes cunctae medicosque vocantes, ne careant tanto principis auxilio. Hic aderant bubali, magni quoque corporis uri, asper adest taurus, affuerantque boves, discolor et pardus necnon pariter platocervus, hic sonipes pariter hoc comitatus iter. His nec defuerant monstrantes cornua cervi, capreolique simul, caprigenumque pecus; dentibus hic aper est fulgentibus, asper et ursus unguibus haud sectis, hic lepus atque lupus. Huc veniunt linces, huc confluxere bidentes, iungunturque canes atque simul catuli. Vulpis sola tamen turmis non affuit istis, nec dignata suum visere nam dominum. Has tunc ante alios voces emittere fertur ursus et has iterum sic iterare minas: "O rex magne, potens, princeps invicte ferarum, auribus haec placidis suscipe verba tuis, Audiat atque cohors tota haec quae subdita magno, o rex iuste, tuo noscitur imperio. Quae tam dira fuit vulpi dementia quaeve tantillam potuit ira subisse feram, ut regem, quem cuncta sibi plebs subdita visit, hunc haec sola quidem non adiisse velit? Magna est ista quidem vulpis protervia mentis, atque decet magnis subdier illa malis." Haec dum dicta refert ursus, rex omnibus inquit: "Iam moritura cito dilacerata cadat!" Tunc plebs tota simul voces ad sidera tollit: "Istum iudicium principis atque bonum!" Hoc vulpi innotuit, se quae in plurima vertit, atque diu notos praeparat ipsa dolos: indumenta pedum multa et conscissa requirit inponensque humeris regia castra petit. Quam rex dum vidit, placato pectore risit, exspectatque diu quid malefida velit. Cumque ante ora ducum staret, sic rex prior inquit: "Quid moritura feres, quae lanianda venis?" Illa diu trepidans, timidoque in pectore versans haec subiecta refert praecogitata cito: "Rex pie, rex clemens, rex invictissime noster, accipe nunc animo quae tibi dicta fero. Haec, dum namque vias terrarum lustro per omnes indumenta scidi ob studium medici, Qui posset regis magno succurrere morbo, atque tuis magnam demere maestitiam. Tandem praecipuum medicum vix inveniebam, sed tibi, rex, vereor dicere quae docuit." Rex quoque ait: "Si vera refers, dulcissima vulpis, dic mihi, quid citius dixerit hic medicus." Vulpis ad haec ursi non immemor improba dixit: "Cautius haec famulae suscipe verba tuae. Ursino si te possum circumdare tergo, non mora, languor abit sanaque vita redit." Continuo iussu domini distenditur ursus a sociis propriis detrahiturque cutis. Qua cum gestirent obducere pelle leonem, aufugit penitus languidus ille dolor. At cum post ursum vulpis sic corpore nudum viderat, haec laetis dicta refert animis: "Quis dedit, urse pater, capite hanc gestare tyaram, et manicas vestris quis dedit has manibus?" Servulus ecce tuus depromit hos tibi versus. Fabula quid possit ista, require valens.

Si diffuse che un leone una volta giaceva malato e a stento sosteneva (viveva) ormai gli ultimi giorni. Mentre questa diceria molto funesta si propagava tra tutte le fiere, che il re proprio il loro sopportava (dolori) insostenibili, accorsero tutte piangendo e chiamando i medici, per non essere manchevoli del supporto tanto importante del principe. Erano presenti in quel luogo i bufali, anche i bisonti di enorme corporatura, era presente un feroce toro, e c'erano i buoi, ed un leopardo di diversi colori e allo stesso modo un cervo, qui un destriero allo stesso modo quell'andirivieni del seguito. Non mancavano tra questi i cervi che mostravano le corna, ed insieme i caprioli, ed il gregge di capre; qui c'era un cinghiale dai denti splendenti, ed un feroce orso con le unghie affilate, qui (c'erano una lepre ed un lupo. Giunsero là le linci, confluirono lì quelli con due denti, e si unirono i cani ed insieme i cuccioli. Tuttavia una sola volpe non era presente tra questa moltitudine, non era stata infatti giudicata degna di visitare il proprio signore. Allora si narra che l'orso emise queste parole dinanzi agli altri e rinnovò per la seconda volta queste minacce così: "O grande re, potente, principe invincibile delle fiere, sostieni queste parole con le tue orecchie tranquille, e che ascolti tutta questa coorte, che assoggettata al tuo grande potere, o re giusto, è ammessa (ritenuta degna). Quale stravaganza fu per la volpe tanto funesta o per meglio dire quale ira ebbe il potere che una fiera tanto piccola subisse a tal punto che effettivamente questa sola in verità non volle accostarsi a questo re, che tutta la plebe essendosi sottomessa visitò? Effettivamente questa petulanza della mente della volpe è grande, e quella si confà subdolamente alle enormi disgrazie. ” Mentre l’orso proferiva tali parole, il re disse a tutti: “che cada ormai quella destinata a morire presto perché dilaniata!” Allora tutta la plebe sollevò contemporaneamente le grida al cielo: “questo giudizio del principe è giusto ed onesto!” Questo venne reso noto alla volpe, che si appigliò a moltissime cose, e la stessa preparò a lungo i noti inganni: ricercò molti indumenti lacerati di fanteria e dopo esserseli messi sulle spalle si diresse verso l’accampamento regale. Il re per tutto il tempo che la vide, rise con il cuore ben disposto, ed attese a lungo cosa la malefica desiderasse. E stando al cospetto dei condottieri, il re precedente disse così: “tu che stai per morire che giungi per essere dilaniata cosa addurrai?” Quella trepidando a lungo, ed agitando nell’animo timoroso queste cose subite riferì in fretta i pensieri: “pio re, re clemente, nostro re veramente invincibile, accetta ora con il cuore le parole che io ti riferisco. Mentre in verità percorrevo in mezzo a tutti le vie del mondo, ho lacerato quest’indumenti per la passione del medico, che potrebbe offrire aiuto alla grave malattia del principe, e togliere ai tuoi la grande tristezza. Alla fine trovai a stento un medico singolare, ma ho paura, re, di dirti quelle cose che insegnò. ” Anche il re disse: “se riporti cose vere, dolcissima volpe, dimmi, al più presto cosa abbia detto questo medico. ” La volpe disonesta ponendo attenzione (non immemore) nei confronti delle parole dell’orso disse: sostieni più cautamente queste parole della tua schiava. Se posso ricoprirti con la schiena (pelle della schiena) di orso, senza indugio, svanirà la fiacchezza e la vita ritornerà sana. ” Immediatamente dopo per ordine del signore l’orso si distese e fu strappata l’acute dai propri compagni. Avendo in qualche modo manifestato con gesti di coprire il leone con la pelle, quel languido dolore interno sparì. Ma quando poi la volpe aveva visto l’orso così senza niente addosso (nudo nel corpo), pronunciò con lieti sentimenti queste parole: “chi dispose, padre orso, di portare questo turbante sul capo, e chi dispose queste maniche per le vostre mani?” Ecco il tuo schiavetto ti ricava questi versi. Questa favola, che serve a ricercare, potrebbe contare qualcosa. (By Maria D. )