MELIBOEUS: Et quae tanta fuit Romam tibi causa videndi? TITYRUS: Libertas, quae sera tamen respexit inertem, candidior postquam tondenti barba cadebat, respexit tamen et longo post tempore venit, postquam nos Amaryllis habet, Galatea reliquit. Namque - fatebor enim - dum me Galatea tenebat, nec spes libertatis erat nec cura peculi. Quamvis multa meis exiret victima saeptis pinguis et ingratae premeretur caseus urbi, non umquam gravis aere domum mihi dextra redibat. MELIBOEUS: Mirabar quid maesta deos, Amarylli, vocares, cui pendere sua patereris in arbore poma. Tityrus hinc aberat. Ipsae te, Tityre, pinus, ipsi te fontes, ipsa haec arbusta vocabant.
MELIBEO: E quale ragione così importante avesti di visitare Roma? TITIRO: La libertà, che, benché tarda, si volse a guardare me rassegnato, quando già la barba mi cadeva più bianca a tagliarla, tuttavia si volse e venne dopo lungo tempo, dopo che Amarillide mi possiede, e Galatea mi ha abbandonato. Infatti - insomma, lo confesserò- per tutto il tempo che Galatea mi possedeva, né v'era speranza di libertà né cura del patrimonio. Per quanto uscissero molte vittime dai miei recinti, e fosse prodotto grasso formaggio per la città ingrata, mai carica di denaro mi tornava a casa la destra MELIBEO: Mi chiedevo con meraviglia per quale ragione, Amarillide, invocassi mesta gli dei, per chi lasciassi pendere sul loro albero i frutti; Titiro era lontano da qui. Te gli stessi pini, o Titiro, te le stesse fonti, questi stessi arbusti invocavano.